
Donare. Atto eccentrico, eccezione al circuito economico dello scambio.
Eppure, secondo buona parte del pensiero novecentesco, è proprio in quel gesto straordinario che si annida il segreto dell’umano.
La realtà postmoderna,globalizzata e informatizzata,complica le cose. L’azione del “Donare”viene snaturata.
Alcuni si chiedono se nel tempo di internet ha ancora un senso,un valore questo atto umano.
Molti si chiedono se la sovrabbondanza di «contatto» che trabocca dalle mille opportunità della Rete(i social network come Facebook o Twitter, i blog, il free software, la conoscenza universale di Wikipedia)è davvero in grado di creare una vicinanza, un legame, una comunità, un focolare di sentimenti.
E la risposta, almeno per ora,non può che essere : no.
Per ora, nel senso che non essendo affatto un nostalgico anti-internet a priori, so che è impossibile tornare al di qua della Rete. Riconosco che la brulicante attività del web soddisfa un’esigenza di «comunità» sempre più diffusa nella società frammentata.
Eppure, al momento di determinare il concetto dei contatti che avvengono nello spazio del Web, noto che esso è in realtà un cyberspazio, uno spazio mentale, che non permette di condividere l’esperienza in senso pieno.
Il donare come quella relazione primigenia Io-Tu, o come quell’apertura totale all’Altro, è estraneo alla Rete.
Se guardiamo ad esempio al «file sharing», cioè alla possibilità di scambiare file (musicali, video o altro), l’esito è questo: «Si condividono i propri file con migliaia e migliaia di persone che fanno altrettanto, ma non si sa esattamente con chi». Se poi analizziamo le diffuse chat, dobbiamo convenire che non si innesca alcuna relazione.
Infatti, più che relazioni si stabiliscono connessioni. Volatili, estemporanee, impersonali.
Il problema si aggroviglia con i social network stile Facebook. L’utente è stimolato a cercare «sempre più contatti», in una sorta di bulimia sociale.
Ma ben pochi sono i rapporti che si consolidano nel tempo, fino a divenire relazioni. È il social network stesso, che è pensato contro l’idea di consolidamento nel tempo: è un modo di mostrarsi che valorizza la contingenza, il presente. Le passioni e i gusti personali sono risolti in una bacheca, e l’attimo è eretto a stile di vita. Viene spezzata la continuità esistenziale, e soprattutto amputata la relazione, fondamento del donare.
Evapora la «dimensione sensoriale», epidermica, della comunicazione, e viene frustrata la «necessità della prossimità fisica», con l’interlocutore e a maggior ragione con il destinatario del donare.
Si perde poi la componente «teatrale» dell’atto, quell’insieme di gesti che manifesta il donare come slancio.
Si può giungere a certificare, allora, la «morte del prossimo»?
La fenomenologia del donare al tempo di internet ha rivelato una società paradossale, che pare avere riscoperto la forza e la necessità del donare, ma che non riesce a diventare un fatto sociale totale. L’atteggiamento di chi va in rete è talvolta più simile a quello del consumatore che non a quello del membro di una vera comunità.
Così il donare, eccedenza dal mercato, diventa un’offerta,tra le tante, del consumo.
In un mondo globale, di tutti e di nessuno, in un girone cibernetico di conoscenza, in una società «dove dimenticare è diventato l’eccezione e ricordare la norma», la memoria digitale, per sua natura enorme, condivisa, accessibile e poco costosa, ha cancellato l’oblio.
La ricerca online ci offre una fotografia senza spessore di ciò che siamo : un’immagine atemporale, incompleta, a volte fuorviante, frutto del lavoro di motori di ricerca che incrociano le informazioni che ci riguardano.
Lasciamo tracce di noi stessi ovunque ci muoviamo in Rete (acquisti di oggetti, di viaggi, ricerca di informazioni, social network) e non basta un clic sulla tastiera per cancellare tutto.
Eppure abbiamo dimenticato la parola che più ci rappresenta:donare
E con esso la fotografia di noi stessi:il prossimo

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